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Dei pro e dei contro di leggere l’opera omnia di uno scrittore tutta d’un fiato

Tra fine novembre dello scorso anno e un paio di settimane fa ho letto tutti i romanzi pubblicati (manca l’ultimo scritto, che non è mai uscito) di Lilian Jackson Braun.

Perché? Perché mi andava.

Tutti i suoi romanzi hanno per protagonisti due gatti siamesi, Koko e Yum Yum, e il loro badante umano, Jim Qwilleran, baffuto, ex giornalista di cronaca nera, scrittore, opinionista, critico teatrale, erede di una fortuna miliardaria, con un puntate giovanili nel canto e nella recitazione.

Nel corso di ciascun romanzo muore qualcuno e il caso viene risolto grazie agli spunti che Koko dà a Qwilleran e che Qwilleran dà, a sua volta, alla polizia.

Non si tratta, però, di gialli, bensì di piccoli romanzi di genere, in cui viene raccontata, dal terzo romanzo in poi, la vita della piccola città e della piccola contea, lontana da tutto e tutti, sepolta dalla neve d’inverno e invasa dalle zanzare d’estate.

I pro sono semplici da spiegare: si ha materiale per un paio di mesi; si legge con ordine (“Ciao, mi chiamo Pam, sono un filino ossessiva compulsiva”, “Ciao, Pam”); non ci si deve sforzare per riconoscere i riferimenti a quanto è successo in precedenza e non è complicato ricordarsi dei personaggi che saltano fuori qua e là, da un romanzo all’altro.

I contro, di base, sono anch’essi semplici: ci si annoia un po’, perché l’autore non può tirare fuori un personaggio dalla naftalina dei precedenti romanzi senza ricordare ai lettori qualcosa di lui/lei; si esasperano le antipatie per determinati personaggi che magari presi a piccole dosi sarebbero meno lagnosi, solari, sciocchi.

E poi c’è il contro più subdolo di tutti, lo stesso che ti prende quasi alla sprovvista quando ti metti sul divano e ti guardi tutta una stagione di serie televisiva in un fine settimana: ti immergi in un mondo che non è il tuo ma che, spesso, ti piace più del tuo, ti ritrovi a parlare tra te e te rivolgendoti a personaggi che conosci meglio delle persone che incontri tutti i giorni, ti accorgi che anche loro ti conoscono, perché ti danno le risposte che tu ti aspetteresti e ti stupisci del fatto che le persone reali, quelle che frequenti, per amore o per forza, non ti conoscono per niente.

Alla fine, quando tutto finisce, hai nostalgia di un posto in cui non sei mai stato e di persone che non hai mai incontrato, ma che hanno popolato i tuoi pensieri e i tuoi sogni per mesi e provi frustrazione (stemperata dalla consapevolezza che è tutto nella tua testa) perché non vivi in una città dove ciascuno fa il lavoro che gli è congeniale, quasi tutti amano i gatti, si può parlare di libri, due volte alla settimana c’è una colonna con mille parole su niente sul giornale locale.

Vale la pena? Sì, decisamente, ma se decidete di farlo dovete sapere a cosa andate incontro.

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