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Cestino per il bagno, ossia…

… come rendersi colpevoli di furto e cercare di eliminare le proprie impronte digitali per non essere scoperti.

Procediamo con ordine.

Era una notte buia e tempestosa…

A dire il vero no, era un tranquillo pomeriggio post lavorativo, al supermercato; visto che il carrellino era stranamente leggero giravo per i corridoi tra gli scaffali alla ricerca di qualcos’altro da portar su per i tre piani di scale fino a casa (due sacchetti di sabbia per il gatto non bastavano). All’improvviso, senza rendermi conto di quanto il momento fosse importante, mi imbattei il LEI, ultimo esemplare esposto di tenda per doccia non completamente bianca, non completamente rosa, non ricoperta di fantasia atroce. LEI, la tenda che cercavo da tempo, bianca, leggermente trasparente, opaca, con graziose decorazioni a rami fioriti, quasi orientaleggiante, oserei dire.

Dopo che l’ebbi portata a casa e appesa, infestando l’appartamento di puzza di plastica nuova e terrorizzando il gatto, che evidentemente preferiva far pipì nella vasca con l’intima protezione della tenda Ikea (il terrore purtroppo è durato meno della puzza di plastica), cominciarono i problemi.

La nuova tenda, bellissima, perfetta, non si intonava col cesto per la biancheria di retina rossa, col coperchio a forma di pesce, scovato nell’angolo occasioni Ikea. C’era poco da fare, insieme erano un pugno in un occhio. Un orrore.

Riuscii a resistere per una settimana, poi un pomeriggio decisi di andarmene a fare un giro al Center Casa, tornando con un cesto di vimini, a forma di parallelepipedo, marrone scuro con la fodera panna (il cesto era stato riempito di nastrini vari, oliera nuova, piastra per abbrustolire la polenta e altro, tanto che la commessa si divertì tantissimo a svuotarlo, io mi divertii meno a portarlo su per i soliti tre piani di scale).

Cielo! Il cesto stava divinamente con la tenda, ma faceva letteralmente a pugni col tappetino di bamboo nei toni del grigio, una cosa brutta.

Attesi più o meno un’altra settimana (il cesto era arrivato a casa di lunedì pomeriggio), poi un sabato mattina presi l’autobus e mi diressi con piglio deciso alla bancarella dei tappeti (beh, prima feci un giro per i vari negozi 99 cent e 1 euro, trovando cose interessanti che non potevano non essere prese), dove acquistai un tappeto di bamboo marrone scuro, che si intonava col cesto della biancheria, che a sua volta andava a nozze coi rami fioriti sulla tenda della doccia.

Lo srotolai, lo posizionai davanti al lavandino, mi spostai a sinistra per guardare e miracolo, tutto si combinava alla perfezione. Per sicurezza mi spostai anche a destra, ed ebbi l’orrida visione del cestino per le immondizie, bianco con coperchio rosso, di plastica, preso in un grande magazzino cinese in svendita (sì, erano in svendita sia cestino che magazzino, io ho comprato solo il cestino. OK, anche qualche altra cosa).

Sapevo che non sarei mai riuscita a trovare il cestino adatto, a meno di non comprarne uno di vimini, senza coperchio, quindi decisi di costruirlo. Da questo assunto nacque il piano criminale.

Cosa ci poteva essere di meglio da intonare a tenda, cesto della biancheria e tappeto di un cestino fatto con la carta di giornale? Niente. Ovviamente non poteva trattarsi di un giornale qualunque, serviva il Sole24ore, con le pagine di quella tonalità di rosa non rosa, caffellatte non caffellatte. Ma perché comprarlo? Che gusto c’era? Un cestino di carta si deve fare con la carta riciclata, non comprata appositamente per. Quindi, quatta e circospetta come un gatto in caccia, mi infilai in un paio di uffici e rubai un quotidiano qui, un quotidiano lì, tra le pile piene di polvere sulle sedie e sui mobiletti (provai anche un certo rimorso, acuito dal fatto che, una volta finito il cestino, passando davanti alla sede di una compagnia di assicurazione andando al corso di yoga, una sera, mi imbattei in due scatoloni pieni di giornali, ordinatamente ripiegati, che attendevano di essere smaltiti. Mi pianse il cuore, ma non ne presi nemmeno uno, né un giornale né uno scatolone).

Tornata a casa con la refurtiva, accuratamente nascosta nella borsina del pranzo, mi misi a misurare, tagliare e piegare strisce di carta. Piega e piega e piega, strofinando i polpastrelli di indice e pollice sulle pieghe per stirarle, mi vennero le vesciche alle dita, tanto che una settimana dopo mi si levò la pelle dalle due dita in questione di entrambe le mani, al punto che, anche osservandole con una lente di ingrandimento, non si vedevano le impronte digitali (ora sono tornate, più belle di prima).

Quindi, ho rubato, tagliato, piegato, arrotolato, incollato (non tutto in un giorno solo, ci ho messo una settimana, tutte le sere) e il risultato è il mio bellissimo cestino per il bagno, intonato agli altri arredi.

E il coperchio? Non lo volevo forse con il coperchio? Beh, sì, lo volevo con il coperchio, era in programma, ma lo farò non appena smetteranno di farmi male le dita!

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7 thoughts on “Cestino per il bagno, ossia…

  1. spettacolare il cestino e divertentissimo il racconto, ma la foto del bagno prima e dopo non l’hai fatta???? dopo il coperchio puoi fare qualche furto, tanto le impronte non si vedranno ahahha buona domenica

  2. Ha ragione la Nico, dovevi fare una work in progress! Così si possono apprezzare al meglio le modifiche e le migliorie. Il coperchio lo farai piatto o semisferico?
    Il cestino è moooolto ma molto bellino, mi piace l’alternanza di dimensioni dei cerchi e dei pieni/vuoti. Ottimo lavoro!
    :**
    Ps. qualche giornale dallo scatolone lo avrei preso lo stesso. 😉

    1. Credo che lo farò semisferico, appena riesco a rubare qualche altro giornale.
      :*
      Il problema è che non mi sarei accontenta di qualche giornale, io mi sarei portata a casa tutta la scatola!

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